mercoledì, 06 febbraio 2008

Se avessi la faccia da culo userei i boxer per respirare meglio.
Se avessi la faccia da culo intervisterei orfani a Studio Aperto chiedendo “come state?”
Se avessi la faccia da culo sarei Assessore ai cazzi miei. Se avessi la faccia da culo scriverei Scusa se ti chiamo, amore, ma ho appena trombato con un'altra.
Se avessi la faccia da culo siederei in 35 cda, perchè dopotutto se avessi la faccia da culo avrei cinquant'anni ed un lungo ciuffo. Se avessi la faccia da culo farei il regista perchè lo fa mio fratello. Se avessi la faccia da culo suonerei alla vicina vestito da impiegato del comune il giorno che ritira la pensione. Se avessi la faccia da culo condurrei il Grande Fratello, ma anche no perchè se avessi la faccia da culo diregerei canale5. No, Mediaset. No, la Endemol. No, la tv. No, il governo. No, la Mondadori. No, la Medusa. No, il Giornale. No, le Assicurazioni. Se avessi la faccia da culo chiamerei mio figlio PierSoda.
Se avessi la faccia da culo nascerei comunista e morirei democristiano- d'altronde se avessi la faccia da culo dopo essermi soffiato il naso tirerei l'acqua. Se avessi la faccia da culo copierei canzoni blues con un cappello e degli occhiali da sole. Se avessi la faccia da culo mi prostituirei fisicamente. Se avessi la faccia da culo fotograferei bambini africani per appenderli in cornici d'argento.  Se avessi la faccia da culo chiamerei Nota Politica le veline filogovernative. Se avessi la faccia da culo farei promozione tv con gli occhiali da sole.
Se ci fosse un distintivo, sulla mia faccia da culo, tirerei tutta la roba sequestrata. Se avessi la faccia da culo chiamerei il mio alcolismo Un Bicchiere In Compagnia. Se avessi la faccia da culo farei due telefonate e uno stipendio sicuro. Se avessi la faccia da culo  mi dimetterei quando obbligato. Se avessi la faccia da culo mi candiderei senza l'obbligo di qualcuno, la richiesta di nessuno.

Vale poco, perchè se avessi la faccia come il culo me la rifarei.


Js
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trattasi di metafore prescritte
martedì, 27 novembre 2007
Per far luce sugli argomenti a volte è utile parlare di lampade.
Una in particolare aiuta descrivere una sensazione comune ancora silenziosa.
La lampada in questione, celeberrima quanto brutta, è un cetriolone trasparente che contiene il magma colorato mosso dal calore. Essa troneggia da sfondo nei peggiori film sugli anni ’70, in alcuni bar (dove probabilmente si fa lo scontrino prima di pagare) e nelle case di chi si difenderà sostenendo che è un regalo.
 
Una volta comprata la lampada (un acquisto irrazionale e d’impulso,  ça va sans dire) si torna a casa emozionati, si collega alla presa e si aspetta, sicuri di imminenti e veloci giochi di elementi. Si attende con la fiducia dei bambini una presa di forma, che i cerchi si chiudano. Poi ci si stufa. C’è da fare, ci si distrae insomma, e lampada sta lì in un angolo, impantanata e indefinita, come nei peggiori film sugli anni ’70.
Fino all’inevitabile delusione.
 
Ecco, oggi succede che nuotando nel mare della cronaca nera ci si incagli nell’appiccicoso blob della giustizia. Dopo i primi interessi (appassionanti, diciamolo) su chi abbia fatto cosa, con il passare del tempo la curiosità svanisce lasciando un forte amaro in bocca. Passano giorni, a volte mesi, e mette a disagio vedere che la soluzione è lontana, che è così difficile fare giustizia. Ma se ne parla poco perché imbarazza dirlo, e perché fare certe allusioni, come queste ai tempi lunghi, espone un po’ troppo e mette a disagio.
Invece è importante dire che lampada fa poca luce perché la fa al proprio interno.
Così come davanti a pagine e pagine di cronaca nera, noi vediamo tutto, conosciamo ogni movimento, ma continua ad essere buio.
 
I Ching del giorno
Voci da Montecitorio confermano lo sfizioso pettegolezzo.
Si dice che Gianfranco Fini abbia una passione per i videogiochi:
da mesi non si staccherebbe un minuto da Second Wife.
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trattasi di giustizia, metafore prescritte
domenica, 14 ottobre 2007
La fanciulla non si era risparmiata, c’aveva dato dentro tutto il giorno senza segni di cedimento.
D’altronde s’era preparata per bene, aveva pompato, pompato per mesi, ed ora si godeva i frutti del suo impegno.
Più gli altri spogliavano, più urlava forte.
Era stupita dalle misure, dalle dimensioni della cosa.
Lei stessa, che di natura umana ed uso della lingua se ne intendeva, non si aspettava tanto: perciò la gioia era forte almeno quanto la voglia di non smettere, di farli salire sempre di più.
Sapeva che di lì a poco avrebbe raggiunto il culmine, ma pregustava i giorni successivi in cui l’avrebbe potuto rivivere, ne avrebbe potuto scrivere e parlare. Neanche si accorse della fine quando fu il momento: l’affluenza era tanta che l’apice era indecifrabile e tutto si confondeva.
 
Repubblica.it non aveva mai goduto così tanto quanto oggi, alle elezioni del Partito Democratico.
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trattasi di politica, metafore prescritte
mercoledì, 27 giugno 2007
Su   Azouz M,   Erich P,   Tony B,   Adriano S.
Più in generale, su tutti quelli dal pennello facile
 
Dipingere una parete è un po’ come festeggiare capodanno, o mettere un vestito nuovo: si cambia, solleticati da aspettative e felici di dimenticare il vecchiume polveroso. La facciata poi è il muro più importante e uno ci tiene particolarmente. Chi è fortunato sceglie tutto da se’, chi meno si consulta con i vicini, ci pensa, si accorda.
 
Siamo tutti un po’ sporchi di vernice.
Intingiamo, spalmiamo e lasciamo asciugare chili di pittura sui muri delle facciate.
Il movimento è semplice (perché il su e giù bene o male l’abbiamo imparato), ma pesano alcune piccole differenze.
Il colore –da fluorescente sicché tutti notino la novità, a tono su tono che non se accorgano - , il tratto – si può coprire tutto o trasformare quello che già c’era - , le dimensioni dell’attrezzo - perché per una grande parete ci vuole un grande pennello.
Basta coprire, nascondere, cambiare fino a dimenticarsi da dove si era partiti.
 
Così sto qua con il secchio in mano, contento del rosso scuro scelto, guardando i vecchi segni sul muro da dipingere.
Fatti con le mani sporche, per reggersi in piedi da una sbornia triste.
Tracciati con la libreria nera, colmo d’entusiasmo il giorno del trasloco.
Lasciati dagli amici delle feste andate bene, dai nemici delle storie andate male.
 
Dipingo anch’io, lo facciamo tutti: verniciamo per sporcare per riverniciare.
Chi sul muro reale, chi sul muro morale.
Ma si reputa una piccola differenza, di fronte all’eleganza di una parete immacolata.
 
Per chi gli prendesse la malinconia, beh, pensi che c’è sempre Michelangelo.
 
JS
 
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trattasi di pensieri, amarezze, metafore prescritte
lunedì, 25 giugno 2007
 
Giorni difficili a Veltronia.  
Fassino Paperino non riesce a sfuggire alla sua proverbiale sfortuna. Ha appena saputo che dovrà lasciare la sua villetta di Via della Quercia tra pochi giorni e soffre all’idea di doversene andare. In fondo c’era stato solo qualche anno, e non aveva chiesto poltrone più comode; ora oltre al danno la beffa: cederla a Gastone Veltrone, il fortunato cugino.
Ma Roman de' Paperoni ha deciso così e quello che decide lo zione si sa, è indiscutibile.
 
E’ un tardo pomeriggio quando sdraiato sulla poltrona in preda alla malinconia, Paperino sente il chiacchiericcio dei nipotini che tornano dall’assemblea di scuola.
Uil Cisl e Cigl sembrano allegri, ma avanzano richieste ferme: o la paghetta resta la stessa anche in casa nuova, o loro non andranno a scuola.
Ancora preoccupazioni per lo sfortunato papero.
 
Ad infierire squilla il telefono con trillo minaccioso:
- Paperino!! A rapporto al deposito, SUBITO!
Il suono non mentiva: è lo zione, e il nostro sfortunato deve correre sulla collinetta del monte citorio da cui il deposito domina la città.
 
- All’arrivo di Gastone Veltrone voglio tutto a posto! - tuona il ricco papero -
Vorrà vedere il tesoretto, cosa aspetti a lucidarlo?
Ah, c’è un'altra faccenda: l’entrata del deposito così non va bene. Lo scalone è troppo alto, non vorrai che il cugino c’inciampi??
Hai due giorni per metterla a posto. E ricorda: scalini, non scaloni! -
 
Oltre al danno la beffa: carico d’ira, Fassino Paperino è sul punto di esplodere.
Ma ahimè, al solo pensiero dei debiti accumulati negli anni è costretto a tacere e ad accettare la decisione.
 
In città ognuno dice la sua. Mickey Mussi non ci sta e Indiana Viscs severo vigila su tutti.
 
Riusciranno i nostri eroi ad accogliere il nuovo arrivato senza combinarne una delle loro?
Lo scopriremo fra sette giorni.
 
JS
 
postato da JohnSoda più o meno alle 13:11 | Permalink | commenti (25)
trattasi di politica, grossolana ironia, metafore prescritte