Per far luce sugli argomenti a volte è utile parlare di lampade.
Una in particolare aiuta descrivere una sensazione comune ancora silenziosa.
La lampada in questione, celeberrima quanto brutta, è un cetriolone trasparente che contiene il magma colorato mosso dal calore. Essa troneggia da sfondo nei peggiori film sugli anni ’70, in alcuni bar (dove probabilmente si fa lo scontrino prima di pagare) e nelle case di chi si difenderà sostenendo che è un regalo.
Una volta comprata la lampada (un acquisto irrazionale e d’impulso, ça va sans dire) si torna a casa emozionati, si collega alla presa e si aspetta, sicuri di imminenti e veloci giochi di elementi. Si attende con la fiducia dei bambini una presa di forma, che i cerchi si chiudano. Poi ci si stufa. C’è da fare, ci si distrae insomma, e lampada sta lì in un angolo, impantanata e indefinita, come nei peggiori film sugli anni ’70.
Fino all’inevitabile delusione.
Ecco, oggi succede che nuotando nel mare della cronaca nera ci si incagli nell’appiccicoso blob della giustizia. Dopo i primi interessi (appassionanti, diciamolo) su chi abbia fatto cosa, con il passare del tempo la curiosità svanisce lasciando un forte amaro in bocca. Passano giorni, a volte mesi, e mette a disagio vedere che la soluzione è lontana, che è così difficile fare giustizia. Ma se ne parla poco perché imbarazza dirlo, e perché fare certe allusioni, come queste ai tempi lunghi, espone un po’ troppo e mette a disagio.
Invece è importante dire che lampada fa poca luce perché la fa al proprio interno.
Così come davanti a pagine e pagine di cronaca nera, noi vediamo tutto, conosciamo ogni movimento, ma continua ad essere buio.
I Ching del giorno
Voci da Montecitorio confermano lo sfizioso pettegolezzo.
Si dice che Gianfranco Fini abbia una passione per i videogiochi:
da mesi non si staccherebbe un minuto da Second Wife.
postato da JohnSoda più o meno alle 12:28 | Permalink | commenti (18)
trattasi di giustizia, metafore prescritte
trattasi di giustizia, metafore prescritte




