Quindicimila uomini aprono il varco, 2500 li seguono armati di penna.
In macchine di un grigio lucido i primi, in piccole utilitarie i secondi, mangiano la città con un’accennata espressione di disgusto. Lo DEVONO fare, ma in fondo si divertono.
L’invasione è avvenuta, ma lungo la strada il percorso è accidentato: il traffico il primo dei nemici, un driver con le palle la miglior arma di difesa. In macchina suonano, parcheggiano dove riescono, inchiodano: stanno combattendo una guerra e si sa, tutto è permesso.
Si muovono e combattono lungo un quadrilatero, passando da scenari autunnali di vetro e foglie a megaschermi isterici, da richiami pop a musica elettronica a palla, da spiagge posticce ad atmosfere glamour. Adorano la parola glamour.
I ranghi sono riconoscibili dall’assegnazione dei posti.
Quelli dietro sorridono (sono gli unici), si guardano in giro un po’ emozionati e parlano con tutti. O meglio vorrebbero parlare con tutti, perché quelli davanti parlano il meno possibile. Se poi hanno un cartoncino sulla sedia non parlano proprio. Sorridono (poco) e si limitano a scegliere durante la battaglia una divisa decente tra quelle esibite, così da potersi guadagnare il compenso con una dichiarazione finale del genere “i love all, especially the pink one. And what about issues? Amazing!”
In mezzo due o tre file di gente già vista ma non riconosciuta, penna e taccuino in mano, feticisti del tessuto, del taglio, del colore, condannati a starci in 300 parole.
Per distinguere le gerarchie si può anche guardare chi alla fine della battaglia corre più velocemente verso l’ignoto. Sono i veterani, e nel loro sofisticato linguaggio significa “che stress doverle vedere tutte”.
Infine gli originali, o coloro che almeno vent’anni fa lo erano: il severo ciuffetto a ricciolo rosso, il texano vestito da cowboy.
Dall’altra parte gli esaminati danno tutto nei 15 minuti in cui la fanteria calca la passerella facendosi esaminare. Le loro tattiche sono riconoscibili: chi da 10 anni fa mettere la benedetta cuffia brillantinata, chi fa le righe e solo le righe, chi strappa i jeans e va di teschi.
69 milioni di euro dalla loro (tanti ne muovono) e poco tempo a disposizione, notte compresa e riempita di cocktail, presentazioni ed aperitivi in cui parlare, possibilmente male, di quelli emozionati, di quelli col cartoncino, di quelli dalle 300 parole.
Non ci sono sirene che annuncino la guerra, ma segni inconfondibili che avvertono i comuni mortali. Il traffico si fa insopportabile, i giornali ingrassano bulimici e cambiano formato, un senso di frustrazione segue i casuali incroci con gente bellissima venuta da chissà dove.
Oscar Wilde diceva che viviamo in un'epoca in cui il superfluo è la nostra unica necessità. Ma ne diceva tante, Oscar Wilde. Oggi poi sarebbe in prima fila, tra Kate Moss e Sharon Stone, o tra Manuela Arcuri e Maria Grazie Cucinotta, dipende da che ufficio stampa avrebbe avuto.
E scriverebbe consigli di stile su Vanity Fair.
Su tutto due certezze onnipresenti spiccano invadenti, uniche vincitrici certe dell'ennesima guerra inutile.
Jo Squillo e Rosanna Cancellieri sono ancora lì.
La settimana della moda è cominciata, di nuovo.
JS
postato da JohnSoda più o meno alle 12:51 | Permalink | commenti (25)
trattasi di cronache distorte
trattasi di cronache distorte




