lunedì, 24 settembre 2007
Quindicimila uomini aprono il varco, 2500 li seguono armati di penna.
In macchine di un grigio lucido i primi, in piccole utilitarie i secondi, mangiano la città con un’accennata espressione di disgusto. Lo DEVONO fare, ma in fondo si divertono.
L’invasione è avvenuta, ma lungo la strada il percorso è accidentato: il traffico il primo dei nemici, un driver con le palle la miglior arma di difesa. In macchina suonano, parcheggiano dove riescono, inchiodano: stanno combattendo una guerra e si sa, tutto è permesso.
 
Si muovono e combattono lungo un quadrilatero, passando da scenari autunnali di vetro e foglie a megaschermi isterici, da richiami pop a musica elettronica a palla, da spiagge posticce ad atmosfere glamour. Adorano la parola glamour.
 
I ranghi sono riconoscibili dall’assegnazione dei posti.
Quelli dietro sorridono (sono gli unici), si guardano in giro un po’ emozionati e parlano con tutti. O meglio vorrebbero parlare con tutti, perché quelli davanti parlano il meno possibile. Se poi hanno un cartoncino sulla sedia non parlano proprio. Sorridono (poco) e si limitano a scegliere durante la battaglia una divisa decente tra quelle esibite, così da potersi guadagnare il compenso con una dichiarazione finale del genere “i love all, especially the pink one. And what about issues? Amazing!
In mezzo due o tre file di gente già vista ma non riconosciuta, penna e taccuino in mano, feticisti del tessuto, del taglio, del colore, condannati a starci in 300 parole.
 
Per distinguere le gerarchie si può anche guardare chi alla fine della battaglia corre più velocemente verso l’ignoto. Sono i veterani, e nel loro sofisticato linguaggio significa “che stress doverle vedere tutte”.
Infine gli originali, o coloro che almeno vent’anni fa lo erano: il severo ciuffetto a ricciolo rosso, il texano vestito da cowboy.  
 
Dall’altra parte gli esaminati danno tutto nei 15 minuti in cui la fanteria calca la passerella facendosi esaminare. Le loro tattiche sono riconoscibili: chi da 10 anni  fa mettere la benedetta cuffia brillantinata, chi fa le righe e solo le righe, chi strappa i jeans e va di teschi.
 
69 milioni di euro dalla loro (tanti ne muovono) e poco tempo a disposizione, notte compresa e riempita di cocktail, presentazioni ed aperitivi in cui parlare, possibilmente male, di quelli emozionati, di quelli col cartoncino, di quelli dalle 300 parole.
Non ci sono sirene che annuncino la guerra, ma segni inconfondibili che avvertono i comuni mortali. Il traffico si fa insopportabile, i giornali ingrassano bulimici e cambiano formato, un senso di frustrazione segue i casuali incroci con gente bellissima venuta da chissà dove.
 
Oscar Wilde diceva che viviamo in un'epoca in cui il superfluo è la nostra unica necessità. Ma ne diceva tante, Oscar Wilde. Oggi poi sarebbe in prima fila, tra Kate Moss e Sharon Stone, o tra Manuela Arcuri e Maria Grazie Cucinotta, dipende da che ufficio stampa avrebbe avuto.
E scriverebbe consigli di stile su Vanity Fair.
  
Su tutto due certezze onnipresenti spiccano invadenti, uniche vincitrici certe dell'ennesima guerra inutile.    
Jo Squillo e Rosanna Cancellieri sono ancora lì.
La settimana della moda è cominciata, di nuovo.
 
 
JS
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trattasi di cronache distorte
lunedì, 17 settembre 2007
Maledetto qualunquismo.
maledetta retorica. maledetta quella della porta accanto.
Insopportabile qualunquismo.
insopportabili bandiere che cambiando continuamente colore si sono strappate fino a moltiplicarsi.
Retorico qualunquismo.
retorico elogio del meltin’pot, retorici inni alle frontiere, retorici dibattiti di poltrone irremovibili.
Pericoloso qualunquismo.
pericolose liquidazioni di malumori pressanti, pericolose attenzioni a pensieri “illuminati”.
 
diceva:
maledetto qualunquismo delle morti celebrate, maledetto qualunquismo delle vite sprecate a parlar di vite. A parlar di morti.
A parlare dei miei tempi,  ancora presenti - (maledetto qualunquismo di rime vuote,  design della parola).
Maledetto qualunquismo quando dalla bocca escono solo aliti cattivi. Quando il punto fermo è in terzetto e diventa sospensione. Di intelligenza. Presunta.
 puntini puntini puntini neri piccoli striscianti, a finire frasi non dette: alluse.
 
Poi basta, e tutti che brava persona
puntini e qualunquismo, maledetto qualunquismo, a tormentarlo anche da morto.
 
Io con loro, a quanto pare.
Qualunquista da sempre, ma in buona compagnia.
Con tanto di giustificazioni: "si sa, il distinguo è faticoso. - e qualche punto fermo bisogna averlo, una mappa su cui muoversi che avvicini al tesoro - e la personalità si costruisce sulle sicurezze ancora prima di formarsi, e il silenzio è imbarazzante, e tenere sotto controllo la casualità umana è difficile". e bla bla bla.
 
Ed arrivo ad essere così qualunquista, ma così qualunquista, che mi lamento del qualunquismo.
 
Fino ad un certo punto quando, Come Quando Fuori Piove, punto tutto, e perdo. Capendo che il silenzio non era imbarazzante. E punto di nuovo, ma a volte passo, perché sto imparando a tacere, se dio vuole.
 
Lui poi, diceva così ma in certi posti non ci andava, certa gente non la ascoltava.
Qualunquismo maledetto.
 
In fondo era una brava persona, e tutti commettono degli errori.
Eccolo, ancora: maledetto, maledetto.
 
 
JS
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trattasi di soda kabbalah
martedì, 11 settembre 2007
La brutta fase di Repubblica ha toccato il climax con il V-day.
Per settimane il silenzio.
Nulla, neanche un trafiletto per un giornale che delle iniziative online solitamente parla eccome.
Il giorno prima magia: articolo su Il Venerdì, perché tanto in 24 ore se non lo si sapeva si fa fatica ad organizzarsi (e poi bisogna vedere se lo si legge subito, il supplemento).
Ma intanto il giornale ne ha parlato e si sfida a dire il contrario.
Passa il sabato, la manifestazione è un successo in tutt’Italia, a Bologna la città straripa, in generale le firme sono così tante che fosse stato un referendum avrebbero dovuto monopolizzare l’informazione per tre settimane, senza probabilmente arrivare a tali numeri. Lo si voglia o meno, piaccia o no.
 
Domenica obbligatoria prima pagina e articolo del buon Serra che si unisce alle litanie dei cori che citano il populismo. Serra, sul quale si è sempre contato per una parola ragionevole, per un pensiero fuori dal coro, per un barlume di intelligenza, scrive sotto un titolo che recita “Tra politica e populismo”. Dice, il buon Michele, che “l’umore raggrumato attorno ad un leader popolare si fa manifestazione da titolo di telegiornale”, come fosse quello che interessa al popolo del genovese, come se il titolo di telegiornali da istituto luce segnasse l’importanza di un avvenimento: non ha capito niente, il buon Michele. Non ha capito niente quando aggiunge che “questo costringe chi dubita della forza politica e culturale di Internet”, buon Michele compreso, “a rifare un po’ di conti”. Tradotto: forse è un po’ snob pensare che gli argomenti li dettino solo due quotidiani e tre telegiornali.
Ma va?
Ma non è certo Serra il problema di Repubblica; forse è solo lavorare con Fabio Fazio che rende tutti un po’ equidistanti da tutto, che “le faccio la domanda ma non si offenda per carità se non vuole rispondere mica è obbligato per favore non mi quereli”. Tornerà ad essere il buon Michele, forse.
Intanto il giornalista Carlo Brambilla sullo stesso argomento intervista Cacciari, l’opinione del quale non si sa a che titolo sia vitale per esaurire l’argomento.
E nei giorni successivi (questi) il quotidiano intraprende l’interessantissima bagarre populismo-non populismo tanto appassionante quanto la precedente brambilla-non brambilla, o l’entusiasmante problema dei lavavetri.
“Chi ha ucciso Laura Palmer” sarebbe un titolo più appassionante.
 
Concluso il V-day, l’argomento da sviscerare può essere uno solo, di vitale importanza: “Cdl-Unione, distacco di sette punti”. Zucconi con il suo Repubblica.it ci tiene a mantenere alto il clima da campagna elettorale tanto condannato dal Presidente della Repubblica quanto dallo stesso quotidiano qualche mese fa. E allora via all’ennesimo sondaggio Ipr marketing.
Ma anche qui forse è tutto un malinteso: in redazione si sa che dopo il Pd probabilmente saranno elezioni, e allora perché non cominciare a spingere un pochino?
 
Volendo poi essere in malafede, certi accostamenti del recente passato lasciano l’amaro in bocca: “Tasse sulle rendite, Prodi frena” è il titolo centrale del 23 agosto. “Quei 40euro spariti ogni settimana” alle famiglie “senza sapere come e perché” è quello che segue.
Mani bucate che non siete altro, prima di lamentarvi delle tasse fate attenzione alle stronzate che comprate.
Ma questo è pensar male.
 
Ci avevo pensato, bene stavolta, molto tempo fa
Ci avevo pensato di nuovo in agosto, dopo una settimana di bombardamento su Michael Moore, sulla sanità americana scandalosa, su quella italiana mica così male. Dopo interminabili giorni di promozione a Sicko, film che dal quotidiano, al sito, ai supplementi, ci aveva fatto sentire così fighi in Italia che mi è sembrato strano quando ho scoperto che la pedicure non la passa la mutua.
Ci ripenso oggi, e decido.
 
Sta sul tavolo insieme ad altri giornali da quando sono nato. Forse è sempre la stessa e sono cambiato io, o forse come direbbero i cervelloni che traducono i film in italiano, Qualcosa è cambiato, sul serio.
Fatto sta che sono lucido e nel pieno delle mie facoltà intellettuali.
Repubblica non la compro più.
“Melio cambiare, no?”
 
Requiescat in pacem.
 
JS
Aggiornamento di mercoledì, h.20.30
[Perchè uno parla di carta stampata due giorni, e tv e radio intanto fanno la qualunque.]
Poco fa il Tg-va tutto bene-Uno propone un servizio, a firma Alessandra di Tommaso, sul camionista rumeno che, non permettendo un sorpasso, costringe allo schianto una macchina. 
Il tutto è una replica del servizio del giorno prima, ammettono senza vergogna, con il solo aggiornamento che al rumeno la patente era già stata ritirata.
Slow motion, pallino rosso ed inspiegabile paragone con il primo film di Spielgerg.
Studio Aperto fa proseliti. Spopola, detta moda, costringe gli altri ad imitarlo.
Http://odiostudioaperto.blogspot.com : è già linkato, ma chi volesse farsi quattro risate...
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trattasi di editoria, amarezze
domenica, 09 settembre 2007
Credo raramente.
Piu spesso non credo. dubito. mi lascio pensare sia bello pensare che… no.
Che non è così. che non va così.
Che ha torto. che fossi stato io al posto di. che forse è solo un’eccezione che conferma la regola, o una regola eccezionale che non conoscevo. Penso che non può andare in quel modo, così no.
Non solo credo poco.
Copro spesso. dissimulo.
Sì, anche quello. che poi è simile a non credere, a dubitare: togliersi una fastidiosa alternativa.
Copro cioè nascondo, evito di dire.
Glisso e a volte lo dico in francese, così sembra che non glissi.
Mica cose poi così brutte ma perché non nasconderle.
Sotto il tappeto un bel mucchietto di polvere mormora cose: dice che mi sono scaccolato. Dice che ieri parlavo male di chi ora è seduto sul mio divano. Che ero in ritardo perché me n’ero dimenticato, e dunque anche che il traffico era una cazzata. Che forse non è vero che ero innamorato.
 
Quando credo fa tutto un altro effetto. quando scopro si sente la differenza tra il detto e l’immaginato: era pesante .
 
Ho cominciato a scoprire e a credere sempre di più, da tempo. ho cominciato perché le situazioni mi indicavano continuamente che così andava bene. E siccome la testa il corpo e lo spirito non si educano mai a volte credere ha fatto peggio, sicchè, magari per un po’, ho dubitato di nuovo, in un alternanza continua che chiamo me.
Si fa fatica ora guardando le facce di chi, tanti, in questa città, non credono più che valga la pena conoscere.
 
Essere chiunque si voglia mostrare di essere è semplice, ma rappresentarsi richiede tempo, impegno, fatica e diventa sempre più motivo di scelta.
Pruomoversi, mantenere il tono che ci si è dati, far sapere quando qualcosa cambia.
Parlare di se’, in continuazione e senza dire niente di se stessi.
Ma esserci. Perché chissà cosa si sarebbe potuto perdere, chi si sarebbe potuto incontrare.
Scegliere all’ultimo per non perdere occasioni.
Dire e non dire. Far intendere per non sbilanciarsi. Non credere per non mettere in discussione e poi magari perdere l’obiettivo.
Dubitare, dissimulare, coprire, nascondere.
 
La guerra che stiamo vivendo sarà un cumulo di macerie calpestate da persone che non conoscono loro stesse e non si conoscono tra loro. Gente inebetita, fiera di mostrare a tutti quello che non è.
 
JS
 
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trattasi di società, soda kabbalah
giovedì, 06 settembre 2007
Il seguente è uno zapping televisivo del più prossimo futuro.
Sono io, ma potreste essere voi, sul divano, in un momento di meritato relax.
Rara piacevole e breve solitudine che ricerca immagini, informazioni, musiche, parole o semplice intrattenimento.
 
Il gioco è facile, le regole poche, insomma se avete acceso il pc da soli potete fare anche questo. Parte da un presupposto certo: i frutti della ricerca catodica non saranno, ahimè, quelli sperati.       
Tutt’altro è il panorama che si concentrerà in quel sottile,  minaccioso cavo bianco. Ogni tanto la speranza tornerà, così come la fiducia nel premere il tastino rosso.
E puntualmente sarà infranta nei più dolorosi dei modi.
 
Date un volto, un titolo, o un nome alle brutte esperienze cui mi troverò di fronte, altrimenti chiamate programmi. Ce l'hanno. Gliel'hanno dato.
Signori, conosciamo il nemico, innanzitutto.
E poi cominciamo a vedere se ci si può permettere sky.
Nonostante ringhio gattuso.
 
 
 
 -clic-
  
- Allora, che ne pensi di lei? Ti vedo con una faccia strana… non ti piace?
 
- Non è che non mi va bene lei, il discorso è un altro… caruccia , si, niente da dire… aò, forse non proprio elegante…
- Senti chi parla, signò a me alla sua età vestita come lei non mi vede nessuno
- Abbella! Io all’ età tua vedessi che caviglie c’avevo , mica due fiorentine gonfie che manco ce stanno nelle calze! Andò lo trovi marito?? eh?
- Ehh l’invidia signora! L’invidia! Quante cose fa dire… pensi alle caviglie sue e alla famiglia sua che è meglio…!
- Che?? che dice,?? mio marito? Nun te permette sai de toccà mio marito, nun te permette. Ipocrita che non sei altro! e stronza che ipocrita nun so che vor dì
 
-clic-
Ecco, si, veramente diciamo
Bentornatiiiiiiiiiiiiiiiiii!!
ecco, diciamo
cosa avete fatto quest’estate, bei topoloni a casa, eh? veramente.
Noi lavorato. Lavorato e sudato, sudato e lavorato, lavorato e sudato
Ora rieccoci! il cuore oltre l’ostacolo!
Crederci sempre! , arrendersi maiiiiiiiiii!
e chi c’ammazza a noi?
diciamo
ecco
veramente
 -clic-
l'evoluzione degli uccelli da antenati teropodi celurosauri ha sempre rappresentato uno dei più grandi ed affascinanti misteri dell'evoluzione. Centinaia d’anni di ricerca per un’attività antichissima, nata dall’insoddisfabile sete di conoscenza umana.
Il viaggio di questa sera ci porterà là dove tutto è avvenuto, nel meraviglioso mondo dell’evoluzione volatile.
 -clic-
“...vorrei sposarmi e avere una famiglia. Tanti figli da far crescere in una casa di campagna.
Ma senza trascurare il lavoro, perché è importante che io realizzi me stessa.
Certo, sono fidanzata da 5 anni, lui è del mio paesino. No, nessun calciatore! Questa esperienza non credo ci separerà.
Ma la cosa più importante è la pace nel mondo. La serenità di tutti, specialmente di quei bambini che tanto soffrono e non hanno colpe.
Ah dimenticavo, se poi la 92 inciampasse per caso sulle scale e si sfondasse quel naso da maiale… beh insomma, chi lo sa…io prego padre pio. Tengo il santino, sono devota!
Pace ! Grazie! “
 
 
...si pavoneggino poco i devoti del satellite: Silvio ha più capelli di Rupert.
Buon lavoro.
 
 
 
JS
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trattasi di
lunedì, 03 settembre 2007
Rimuginavo disperato alla ricerca di un argomento, di uno stimolo che m' inducesse a tirar fuori dalla mia testa, indolenzita dal far nulla, accidiosa vicina alla maleducazione, un’idea qualsiasi dalla parvenza intelligente.
Sentivo l’odore di polvere entrarmi nei polmoni e seccarmi la gola come una stanza molto chiusa, molto piccola, molto sporca.
 
Gli argomenti erano sempre gli stessi. Ruotavano, in un alli galli che se non si scrive così Edoardo Vianello mi perdonerà.
Dei soliti c’è da parlare, di chi altro? pensavo tra me e me giocando con un cubo di Rubik. (la soluzione è facile e l’ho trovata. Per il cubo dico: comprare quelli economici che hanno i colori solo incollati, e si staccano e attaccano che con un po’ di distrazione dei presenti si fa un figurone).
 
Le guerre, le tasse, i partiti, la ggente, lo spettacolo, il tempo, i tempi e poco altro. Alla fine i grandi temi ci sono tutti, a meno non si vada a parlare delle Br che allora vuol dire che vale proprio tutto.
Pensavo, riflettevo, il cubo girava e i colori si sistemavano magicamente. ehm.
 
Forse la vacanza aiuta portando un po’ giro i pensieri, e una volta a casa capire il posto in cui si è, sentirlo proprio, e sapere di che parlare ti prende un po’ di tempo. anche perché le vacanze raccontate a chi non c’era sono inutili, così come i propositi “quest’anno palestra da ottobre”, ripetitivi e poco credibili, e sex and the city a buccinasco è meglio se non lo fai.
 
Ad un tratto, così d’incanto senza badarci, voilà! l’argomento c’era.
Il cubo aveva finalmente lucide facciate monocromatiche, ordinate e complete (anche di orecchie e sbavature di colla. il metodo citato va perfezionato). Le guardavo soddisfatto ordinate, come di nuovo, finalmente, la mia testa.
 
L’argomento è questo. L’argomento è l’argomento.
L’idea è venuta.
 
Fratelli e sorelle, andate in pace.
Il post è finito.
 
JS
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trattasi di pensieri